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Un pensierino per la suocera

Tema (medicina): Le piante velenose di casa nostra.

Quando affronto l’argomento “i nostri veleni”, in genere premetto che la mia chiacchierata non deve diventare un consiglio su come eliminare la suocera, e finisco dicendo “lasciate perdere, il RIS vi scoprirebbe comunque”.

È però abbastanza inquietante la quantità di specie spontanee che ci circondano e che potrebbero essere usate... diciamo in modo improprio. Ma è bene conoscerle, proprio al fine di evitare l’ingestione accidentale, pericolosa come quella dei funghi.

La tossicità di molte specie dipende ovviamente dalla dose, e anche dalla parte della pianta ingerita: ad esempio tutte le parti del tasso (Taxus baccata) sono velenose, ad eccezione della parte rossa, dolce e carnosa del frutto.

Fra gli arbusti dei nostri boschi collinari, uno dei più velenosi è il maggiociondolo (Laburnum anagyroides), così come il suo cugino alpino (Laburnum alpinum). Si faccia attenzione anche all’evonimo (Euonymus europaeus), i cui frutti, noti come berretta del prete, devono mantenere solo un valore ornamentale.

Usatissimo nelle siepi (comprese le siepi divisorie delle autostrade), e velenoso assai, è l’oleandro, il Nerium oleander, che vegeta spontaneo nelle fiumare del Meridione.

Dal colchico (Colchicum autumnale), da cui si estrae la colchicina, la sostanza che blocca la riproduzione delle cellule, è bene stare lontani, così come dal mughetto (Convallaria majalis): il primo abbellisce i nostri prati in autunno, il secondo, oltre che nei nostri giardini, in certi boschi planiziali abbonda davvero.

Ed è ancor più facile imbattersi nella cicuta (Cicuta virosa), comunissima in fossi e sentieri ombreggiati, o nelle bacche rosse del gigaro (Arum italicum), tipico delle fasce ad ulivi. Sempre meglio diffidare comunque delle bacche rosse: quelle del tamaro (Tamus communis), della smilace (Smilax aspera) o della dulcamara (Solanum dulcamara) non ammazzano, ma bene non fanno.

In effetti, le piante nostrane di cui evitare l’ingestione sono molte, ma alcune hanno proprietà medicinali importanti: d’altra parte, la parola greca “pharmakon” sta per “veleno” come per “medicina”. Si pensi in questo senso alle digitali, la più nota delle quali è la digitale rossa (Digitalis purpurea); in Italia questa specie vive spontanea solo in Sardegna, mentre altre digitali, come la Digitalis lutea e la Digitalis grandiflora, vivono un po’ dovunque. Anche l’aconito (Aconitum napellus è la specie più nota e diffusa) e la belladonna (Atropa belladonna) trovano impiego nella medicina, specialmente quella omeopatica, così come il piccolo arbusto alpino chiamato fior di stecco (Daphne mezereum). E non dimentichiamoci del ricino (Ricinus communis), che un tempo aveva fin troppo successo...

Per finire, un cenno sui funghi: mi stupisco sempre come ogni autunno ci sia qualcheduno che ancora si avveleni dell’unico fungo davvero mortale dei nostri ambienti, ossia la Amanita phalloides. Ce n’è uno solo, che cosa ci vuole per farlo sapere a tutti? Una buona campagna di comunicazione costerebbe meno che curare gente ignorante in ospedale...

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