Non c’è botanico che non sogni di fare un viaggio in Namibia solo per vedere una delle pianta più curiose e affascinanti dell’universo vegetale. Quando seppi che il mio amico Ermanno era appena stato in quella che un tempo si chiamava “Africa del Sud-ovest”, gli chiesi subito: “l’hai vista?”
Mi riferivo ovviamente alla Welwitschia mirabilis, la pianta più strana del regno vegetale, al punto che Darwin stesso la paragonò all’ornitorinco, quello scherzo di natura col becco e le zampe da uccello e la pelliccia da mammifero, che fa le uova ma poi allatta i piccoli.
Cerchiamo di capire perché la Welwitschia mirabilis, che gli indigeni chiamano tumbo, è così eccezionale.
I fiori e i piccoli frutti, che gli indigeni mangiano, compaiono al bordo del tronco, appena prima della base fogliare. Si mangia anche il midollo interno al ceppo, crudo o cotto nella cenere, motivo per cui la popolazione locale degli Herero si riferisce al tumbo come alla “cipolla del deserto”.
E c’è un’altra particolarità che rende eccezionale questa pianta: la funzione di assorbimento dell’acqua è svolta più dalle foglie che dall’apparato radicale (il quale, anche se molto sviluppato, è utile solo a ricavare i sali minerali necessari alla materia vivente). Potremmo quasi dire che la Welwitschia si nutre di nebbia: in quelle zone desertiche dalla notevolissima escursione termica giornaliera sono invece ricorrenti e frequenti le nebbie, generate dalla condensazione atmosferica, delle correnti di aria provenienti dal mare, che si spingono molti chilometri verso l’interno.
Nel 1862, l’esploratore e botanico austriaco Friedrich Welwitsch inviò un esemplare di Welwitschia al Kew garden, denominandolo Tumboa; si occupò della classificazione della nuova specie lo stesso Hooker, che peraltro annotò: “si tratta della più straordinaria pianta mai introdotta nel mio Paese, e una delle più brutte”, e comunque ne cambiò il nome in Welwitschia mirabilis, omaggiando così il suo collega.
Non è vero dunque che dal deserto della Namibia gli esemplari di Welwitschia non si sono mai mossi. Due piante di tumbo hanno viaggiato fino a noi, e sin dal tempo dei Borboni si trovano a Napoli, acclimatate tuttora nell’orto botanico della Reggia di Portici.
Concludo: Ermanno l’aveva vista nel suo ambiente, si era fatto organizzare una spedizione apposta per andarla a vedere, gli era costato tre giorni di permanenza in più, ma adesso poteva raccontare di avere incontrato l’ornitorinco del regno vegetale.