Appena un secolo fa, non si conoscevano ancora esattamente le sorgenti del Nilo, il fiume più lungo del mondo. La letteratura di viaggio, che mi annovera ovviamente fra i fanatici cultori, è ricca di emozionanti reportages degli esploratori dell’inizio del 1900: foreste insidiose, deserti spietati, vette insormontabili, paludi malvage accoglievano o respingevano uomini affamati di conoscenza e di avventura. In questa atmosfera speravo di immergermi compilando la scheda del giglio del Nilo, la Amaryllidacea classificata in botanica sotto il nome di Agapanthus africanus. Invece quel tipo di approccio dovrò riservarlo ad altre specie, ad esempio al papiro (Cyperus papyrus), che in effetti ha seguito il corso del grande fiume africano fino all’Egitto, diventandone il simbolo.
Il giglio del Nilo è viceversa originario escluisivamente di una ristretta regione del Sudafrica, l’area Steenbras nella Western Cape Province. E da lì non si è mai mosso, finché non è stato notato dalla specie umana, che lo ha valorizzato per la sua indiscussa bellezza ornamentale (insieme ad altre specie di Agapanthus: Agapanthus campanulatus, Agapanthus inapertus, Agapanthus praecox, tutte provenienti dalla medesima zona). Di solito a questo punto si dice che siano stati i giardinieri europei, inglesi od olandesi, a far viaggiare la specie: invece ritroviamo il nostro giglio del Nilo ad abbellire i giardini dell’Impero Moghul nell’India settentrionale, nel XVII secolo, chiaro segno degli intensi rapporti commerciali fra l’India e l’Africa orientale. Solo a quel punto, con l’arrivo degli Inglesi nel secolo successivo a dominare l’India, i giardinieri occidentali lo conobbero e lo apprezzarono, ed oggi l’Agapanthus africanus è diffuso in tutto il mondo.
Oltre al valore ornamentale, dato sia dalla fioritura duratura, sia dalle foglie sempreverdi e brillanti, questo agapanto non ha altri impieghi se non quello di far lavorare i floricultori per ottenerne sempre nuove varietà: oltre alla ssp. africanus, va ricordata la ssp. walshii, di recente distinta grazie a più approfondite indagini genetiche.
Molti siti concludono riportando che il giglio del Nilo è in grado di resistere bene al passaggio del fuoco, ma non credo che nei giardini del mondo dove viene curato e coltivato – e annaffiato - questo dato importi ormai molto…